Se qualcuno volesse farsi un’idea dell’organizzazione del Teatro Grande di Brescia potrebbe recarsi all’Archivio di Stato cittadino per consultare le carte lì depositate che riguardano, appunto, il Teatro, istituzione che nacque come sede dell’Accademia degli Erranti riformandosi via via fino all’attuale struttura. Leggere i documenti illumina la mole, immensa, del lavoro che si svolge in un teatro d’opera. In ordine sparso: parrucchieri, architetti, cantanti, strumentisti, piastrellisti, sarti, fioristi, direttori d’orchestra, copisti, impresari, calzolai, muratori, falegnami, tipografi e così via. Ciascuna di queste “anime”, tutte affascinanti, invoglia a studi seri. Nel 1838, per la messa in scena del Roberto Devereux di Donizetti (rappresentata a Brescia solo pochi mesi dopo la sua prima al San Carlo di Napoli), servivano costumi e attrezzi descritti con grande precisione e scorrerne l’elenco rende evidenti la professionalità e la competenza che ancora animano il retro dei nostri teatri: si va da un “anello con grossa gemma per Roberto” alla “sciarpa azzura trapunta d’oro”, alle spade e agli scudi, fino a un “abito reale con manto” per Elisabetta, regina d’Inghilterra. La nostra “anima” è comunque quella musicale e questa vogliamo qui raccontare.

Fino a tutto l’Ottocento le stagioni d’opera erano due: la stagione estiva “di fiera” e quella invernale “di carnevale”.

L’Ottocento rappresenta – per il Teatro Grande ma, in realtà, per tutte le istituzioni musicali cittadine – un periodo di grande agitazione. Durante la Repubblica Cisalpina il nuovo governo aveva imposto la chiusura degli Erranti e della sua Reggenza affidando l’organizzazione delle stagioni a un’apposita commissione formata da cinque “cittadini”. Questa commissione ha lasciato, perfettamente in ordine, i conti consuntivi del 1801-1802. Nel quaderno che accompagna il quadro generale troviamo le spese sostenute per le compagnie dei cantanti e dei ballerini, per gli spartiti e i copisti, per gli alloggi dei virtuosi, per il vestiario e così via. Nel 1811 Carlo Fisogni, allora fra i cittadini che formavano la commissione per il Teatro, aveva emanato un Istituto di beneficenza per li signori professori ed impiegati che lì operavano: si tratta di un lungimirante antecedente delle Società di Mutuo Soccorso che poco più tardi nacquero nel nostro paese.

Il 1811 è anche l’anno del grande restauro del Teatro, su progetto dell’architetto Luigi Canonica: per l’inaugurazione si commissionò un’opera nuova a Simone Mayr, il massimo compositore per teatro dell’epoca (il giovane Rossini avrebbe cominciato a ottenere i suoi primi trionfali successi un paio d’anni più tardi). L’opera – Il sacrifizio di Ifigenia – non ebbe un gran successo, ma Mayr la riprese in seguito, adattandola più volte per i vari teatri in cui fu rappresentata. Il nome Grande dato al teatro rappresentava un omaggio a Napoleone Bonaparte (Il Grande), anche se negli anni ’10 dell’Ottocento la dicitura corrente era “Teatro Nuovo” o, semplicemente “Teatro di Brescia”.

Il repertorio delle opere rappresentate in teatro è indicativo delle epoche che si susseguirono: se per tutto il Settecento troviamo titoli che rimandano a intrecci mitologici e nomi di compositori ancora famosi accanto ad altri di musicisti ormai dimenticati, ecco che dai primi decenni dell’Ottocento fiorisce una produzione melodrammatica quasi interamente riferita al grande secolo operistico italiano. Iniziando da Rossini sul palcoscenico del Grande passano tutte le opere dei nostri operisti, da Bellini a Donizetti a Verdi, senza dimenticare Ponchielli. E, a fine secolo, compaiono anche gli esponenti del verismo insieme con un’unica rappresentazione wagneriana (Lohengrin, 1891).

Riferire i nomi dei musicisti che riempirono il palcoscenico e la buca d’orchestra del Teatro non è semplice: fra i cantanti Teresa Stoltz, Mariano Nicolini, Francesco Grisi, Giovanni Maria Rubinelli, Gaetano Crivelli, Giuseppina Brambilla; fra gli strumentisti comparve anche – giovanissimo per qualche recita – Antonio Bazzini (era il Carnevale 1837); fra i direttori (o concertatori) Faustino Camisani, Antonio Petrali, Filippo Chimeri, Costantino Quaranta, Francesco Faccio, fino a Cleofonte Campanini che portò al successo la Madama Butterfly di Puccini, nel 1904, dopo la disfatta della prima milanese.

Per finire, non dobbiamo dimenticare che il Teatro è ancora prestigiosa sede del Festival pianistico internazionale di Brescia e Bergamo, continuando una tradizione che lo vedeva aperto ai concerti sinfonici. Il 1900 musicale bresciano iniziò proprio al Grande, con un concerto della Società orchestrale della Scala, diretta da Arturo Toscanini: in programma musiche di Beethoven, Smetana, Catalani, Mancinelli, Grieg e Wagner.

Per la storia del Teatro Grande si vedano i due volumi, a cura di Vasco Frati [et al.], Il Teatro Grande di Brescia. Spazio urbano, forme, istituzioni nella storia di una struttura culturale, Brescia, Teatro Grande, 1985. I volumi, forniti di molte e belle illustrazioni oltre che di importanti documenti, contengono anche informazioni non secondarie in riferimento alla musica.

Scheda a cura di Mariella Sala

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Si propone il finale di Madama Butterfly di Puccini con le revisioni apportate dall’autore per la versione proposta con successo sulle scene del Teatro Grande di Brescia nel 1904. Soprano Maria Spacagna, Hungarian State Opera Orchestra diretta da Charles Rosekrans.

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