Luigi Manza

Il Paradiso perduto, oratorio in due parti

Seicento
Luigi Manza (Brescia, 1657 - Brescia, 1719)

Luigi Manza (spesso citato come Mancia, Mansa o con molte altre varianti) nacque a Brescia nel 1657 e fu battezzato nella parrocchia di S. Alessandro. Suo padre Domenico era un benestante esattore del dazio. Nulla sappiamo della formazione musicale, ma probabilmente avvenne nella città natale da cui provenivano altri distinti compositori dell’epoca quali Carlo Francesco Pollarolo, Benedetto Vinaccesi, nonché i fratelli Giulio e Luigi Taglietti. Sembra che Ernesto Augusto di Hannover sia stato il suo primo mecenate. Dopo una prima esperienza in Germania, Manza nel 1693 risulta attivo alla corte di Mantova come virtuoso di tiorba, già distintosi «in varie parti d’Italia e fuori d’essa». Inizia a questo punto un periodo di incessante mobilità: il musicista è inviato a Roma dal duca di Parma. Sostenuto anche dal duca di Modena, si afferma come operista e autore di oratori. Dopo un nuovo soggiorno a Hannover e Berlino, a Napoli, nel 1699, va in scena con la sua musica il fortunato dramma Partenope di Silvio Stampiglia. Nel 1700  fa ritorno a Brescia ottenendo l’incarico di organista del duomo, ma solo dopo pochi mesi dà le dimissioni per trasferirsi a Düsseldorf e diventare “consigliere di camera” dell’elettore palatino Giovanni Guglielmo II Wittelsbach, dedicatario dei Concerti grossi di Corelli. Nel 1708 si rappresenta a Venezia la sua ambiziosa opera Alessandro in Susa. Torna quindi stabilmente a Brescia, dove si spegne il 5 marzo 1719.

Le voci di dizionario attualmente disponibili non tengono conto delle più recenti ricerche biografiche (cfr. Marco Bizzarini, La riscoperta del bresciano Luigi Manza, un genio dimenticato del Seicento, “Giornale di Brescia”, 14 marzo 2022, p. 24) che documentano con certezza l’origine bresciana del compositore, nonché gli anni di nascita e di morte.

La fonte dell’oratorio Il Paradiso perduto (c. 1597) di Luigi Manza è un manoscritto conservato alla Bibliothèque Municipale di Lione.

Scheda a cura di Marco Bizzarini

Ascolto - YouTube

L’oratorio Il Paradiso perduto (c. 1597) di Luigi Manza, il cui manoscritto è conservato alla Bibliothèque Municipale di Lione, è stato eseguito per la prima volta nell’Auditorium-Orchestre national de Lyon nel marzo 2022 dall’ensemble Le Concert de l’Hostel-Dieu diretto da Franck-Emmanuel Comte (consulenza musicologica di Marco Bizzarini)

Testo della composizione

Scena prima

DIO

Questa, Adamo, che vedi,

parte già del tuo corpo, or mia fattura

per compagna t’assegno,

ambo un sol core, ambo una carne sola

con bel cambio d’amore unisca e regga

e le voglie de l’un l’altro possegga.

Amatevi e vivete

ad immagine mia se v’ho creati

anche un giorno sarete

comme immagini mie meco beati,

infallibili eredi vi dichiaro di quelle

che turbe a me rubelle

nel cielo abandonar fulgide sedi,

del fallo altrui godete,

amatevi e vivete e infra i diletti

si riempa l’empiro a vostri affetti.

[A DUE]

EVA

Caro Adamo

ADAMO

Eva gradita

ADAMO

Nel tuo cor viva il mio cor

EVA

Nel mio cor viva il tuo cor.

A DUE

E a l’autor di nostra vita

si consacri il nostro amor.

(Da Capo Nel tuo cor)

 

Scena seconda. Gli stessi.

DIO

Queste piaggie odorose

queste riviere intat[t]e,

questi fiumi di latte

queste siepi di rose,

questa parte del mondo unica e bella

che paradiso di piacer s’a[p]pella,

tutti infin questi chiostri

sono vostre delizie, alberghi vostri,

quanto gl’occhi invaghisce, invoglia il labro,

quanto i sensi diletta,

quanto la mente alletta,

per voi disposi e me ne feci il fabro.

Non quizza [recte: guizza] pesce in onda,

non corre belva in terra,

non vola in aria augello,

non v’è fera nel bosco, angue nel prato

che de vostri piaceri

pronto non viva a riverir gl’imperi.

Solo i frutti di quella

in mezzo al Paradiso arbor fatale

che chiude il bene, il male,

pena la notte, al vostro gusto io vieto.

Liberi intanto siete

e liberi apprendete

che d’un Dio creator questo è decreto.

Vel comando

ma col comando

non vi tolgo

la libertà.

E la morte che v’assegno

per castigo del fallire

non è già del mio desire

ma ben libero dissegno

della vostra volontà.

Scena terza

ADAMO

Belle, sì belle sono

ovunque giro il guardo

de la terra e del ciel l’opre divine,

ma se il ciglio raf[f]reno e in te riguardo,

non v’è sol, non v’è stella

che presso ai lampi tuoi non sia men bella.

 

EVA

Dovunque il piè s’aggiri,

in te sol fermo i lumi e te sol bramo,

e fra questi raggiri

non miro un fior che non contempli Adamo.

[CONCERTO STRUMENTALE]

ADAMO

Me non meno del guardo,

odi come natura

con armonico invito

si chiama ancora a ricrear l’udito,

con che grato concento

fatto a nostri piacer musico il vento.

Zeffiretto tra le frondi

lascivetto errando va.

E col dolce mormorio

va narrando al senso mio

il poter della beltà.

 

EVA

Sì, que’ caldi respiri,

que’ sonori sospiri

sembran ridire a noi

con favelli d’amor dolci e secrete:

“Amatevi, amatevi e vivete”.

[CONCERTO PIZZICATO]

EVA

Ma senti ancor dintorno

tesser l’acque in cader dolci armonie

come par che risponda

a nostri affetti innamorata ogn’onda.

Chiare fonti che sciolte cadete

e cadendo cantate d’amor

quanti baci ne l’erbe imprimete

tante gioie svegliate al mio cor.

ADAMO

Queste voci sì grate

tutti sono tributi

che con plauso giocundo

porge natura al creator del mondo.

S’ode il canto d’un usignolo.

ADAMO

Ma o Dio qual mi rapisce

EVE

Stelle, qual mi lusinga

A DUE

Nobil idea d’un augellin che canta.

ADAMO

Ascolta, o cara, ascolta.

EVA

Senti, o caro, deh senti

ADAMO

Con che dolce passaggio

EVA

Con che grati contenti.

A DUE

Mentre al sol si rivolta

il fabro adora in adorarne un raggio.

Qui canta di nuovo l’usignuolo

[…]

Nuova scena. Eva e Serpente

EVA

Ma mentre s’allontana il mio consorte amato,

qual incognita scorta

presso al legno vietato, oh Dio, mi porta?

SERPENTE

Donna.

EVA

Questa d’Adamo

non è la voce.

SERPENTE

Donna.

EVA

Chi mi chiama, chi sei?

SERPENTE

Un che misura

coi sospiri e col pianto

come sciagura sua la tua sciagura.

EVA

E qual sciagura mai

di questo cor può funestar la pace

se tra queste delizie

gode apena il voler

che di novo piacer l’alma s’imbeve?

SERPENTE

Piacer ch’a i suoi confini è piacer lieve

 

EVA

Anzi al nostro pensiere

la balia del gauder sempre è godere.

SERPENTE

Ma v’è gran differenza

dal goder senza freno

al goder con ritegno e poca parte

che si tolga al desire allor che gode

opprime il senso e il piacer corrode.

Non ha l’alma piacere perfetto

quando intero l’impero non ha.

Sente l’ira del vano diletto,

sente il pianto di sua libertà. [Da Capo]

 

Nuova scena. Detti

EVA

Or da me che pretendi?

SERPENTE

Odimi ancor, mirasti

di questa gentil pianta

le fruttifere pompe.

EVA

Sì.

SERPENTE

Né tue voglie alletta

frutto a l’occhio sì bel, sì dolce al labro?

EVA

No.

SERPENTE

Oh, se sapessi…

EVA

E che?

SERPENTE

Quale occulta virtù dentro vi regna

so ben, so che veloce

stenderesti la mano

e con la man le brame.

EVA

Il divino divieto è un gran legame,

ma qual virtude accoglie?

SERPENTE

In quel dolce sapor sta la tua sorte.

EVA

Quel pomo lusinghier nutre la morte.

SERPENTE

Dove eterna è la vita

non nasce esca mortale.

EVA

La colpa, e non la terra, il rende tale.

SERPENTE

E vuoi che un uom costrutto

da Dio con tanta cura atterri un frutto?

EVA

Il diletto è un gran tarlo.

SERPENTE

E vuoi che tante

maraviglie eterne e tanti cieli

sien creati, sien fatti

per un breve momento?

EVA

Tanto impose il Signor, tanto pavento.

SERPENTE

Pazza se tanto credi. No, che frutto sì degno

velen non chiude ad infestar la vita,

ma sol virtù d’illuminar l’ingegno,

virtù ch’emulatrice al divin raggio

e del bene, del mal l’ombre rischiara,

onde l’huom sel volesse e tu se il vuoi,

col gustar sì bel frutto

farti simile a Dio tosto ben puoi,

e Dio che ben lo sa

e che nel suo saper non vuol rivali,

con terribile inganno

di vostra libertà fassi tiranno.

Che vi giova errar beati,

farai diletti più perfetti

nel giardin della beltà.

Se fra l’ombre poi dannati

d’ignoranza oscura e bieca

per voi sempre sarà cieca

la sì bella humanità.

Nuova scena. Detti

Prendi, risolvi e sappi

ch’il disprezzar chi toglie al precipizio

con consiglio oppurtuno è sempre un vizio.

EVA

Ahi che s’aggiaccia il core.

SERPENTE

E’ la parte più vile

che vicino, cred’io, sente il suo fine.

EVA

Ahi che suda la fronte

SERPENTE

Sol col sommo sudore

somma felicità bella si merta.

EVA

Già risolvo…

SERPENTE

Ma che?

EVA

Di seguir la tua fé.

SERPENTE

La tua grandezza.

EVA

Il desio di saper anche è fortezza.

Volate, o contenti,

volatemi in sen.

Il cor che v’adora

divora i momenti

e scherza brillando,

pensando al suo ben. (Da Capo)

Nuova scena. Adamo ed Eva

 

ADAMO

Misero, che rimiro!

Col devietato pomo

che fai, sposa, che tenti?

EVA

Sollevar con la mia la tua fortuna

a grandezze eminenti.

ADAMO

E così poco apprezzi

le minacce d’un dio? Né ti trattiene

la sentenza fatal?

EVA

Non è degno di mal che segue il bene.

ADAMO

E qual ben ti lusinga?

EVA

In questo pomo

regna virtù da illuminar la mente

e farci col saper simili a Dio.

Prendilo, o caro, e meco

del nostro amore in pegno

sì sì meco l’assaggia: il sommo autore

non è cagion d’errore.

La tua mente rischiara, il vel disgombra,

e sia l’ombra del bene ombra de l’ombra.

ADAMO

No no, non fia mai vero

che la natura e ‘l cielo

chiami Adamo rubello, Adamo ingrato

no che levar non voglio

per lusinghier desio

la gloria a me, l’ubbidienza a Dio.

Deh tu ancora, o mia bella,

ad ubbidir t’avezza.

EVA
Il desio di saper anche è fortezza.

ADAMO

Sol ha nome di forte

chi supera se stesso e i proprii affetti.

EVA

Così dunque tu m’ami?

ADAMO

Così fellon mi brami?

EVA

Sconsolata, piangente

farò da te partita.

ADAMO

Ah non fuggir, mia vita,

ché se parte o se resta il tuo bel ciglio

egualmente vicino,

egualmente vicino è il mio periglio.

ADAMO, EVA, SERPENTE a 3

ADAMO

Risolvo, pavento

li sdegni del nume

offeso al core

l’errore

già fulmina il brando

EVA

T’inganni perché

codardo non è.

SERPENTE

Ma quando, bugiardo?

 

EVA

Adamo, traditore!

No, crudel, non desiri

che le lagrime mie, che i miei sospiri,

ma s’almen ponno, oh Dio,

l’ostinato tuo cor render men duro,

ecco a’ tuoi piedi, ingrato,

gli spargo a’ nembi e le distillo a’ fiumi.

ADAMO

Tergi, o cara, i bei lumi

ch’è tutto mio quel pianto.

EVA

E tuo per crudeltà, ma mio per vanto.

ADAMO

T’adorerò costante,

t’ubbidirò fedele,

ch’han degl’occhi e del crine

lo strale lusinghier, l’auree ritorte

troppa virtù per mascherar la morte.

EVA

Oh soavi sospiri,

oh lagrime beate,

oh caro duol che tanto

per farti un nume ha faticato e pianto.

ADAMO

Porgi o bella, porgi il dono,

troppo grandi e forti sono

le mie piaghe, i miei legami.

EVA

Prendi o caro, prendi, amato,

sei crudele, sei ingrato

se più tardi e se non m’ami.

ADAMO

Sì, v’accetto, vi stringo, vi baccio,

cari pegni del dolce mio amor.

 

Il comando d’un solo tuo guardo

che m’è legge, m’è nume, m’è dardo

rende bella la colpa e l’error.         (Da Capo)

INTERLUDIO DI trombe con sordina

 

MORTE

Aborto del peccato

e del peccato ancor stipendio e pena,

qui nacqui ignuda e qui trionfo armata,

sitibonda di sangue,

portatrice del lutto,

m’è patria l’universo e cibo il tutto.

Sol saprà da miei toschi

cavar balsami il saggio

se incontrando il suo fine e forte e pio

manderà l’alma a riposarsi in Dio.

Benché lacera e spolpata

spiro ancor pace e terror.

Benché livida e rubella

sarò sempre al giusto bella

ma difforme al peccator.

Al rotar di mia falce

cadran gl’infimi e i grandi

e sotto a’ miei comandi

pompe, fortune, onori

n’andran tra l’aure ad arricchir gl’orrori.

E voi, femine altere,

prime necessità de l’esser mio,

che sin ne la mia reggia

da le chiome sepolte

correte stolte a mendicar bellezza

e con morti colori

immortalar credete

sui labri [i] vezzi e su le guance i fiori,

cadrete sì cadrete

ch’il seno, il labro, i crini

son per legge fatal di vostra sorte

più che lacci d’amor, trame di morte.

E’ trofeo d’un solo istante

la superba umanità.

Questa vita è fumo errante

che si scioglie in vanità. [Da Capo]

 

SECONDA PARTE

 

DIO

Adamo, Adamo, e dove

dove dall’ira mia folle t’ascondi?

S’a me tu non rispondi,

s’a me ti celi ingrato,

ben ti scopre e risponde il tuo peccato.

Adamo, ancor non senti?

ADAMO

Signor, se ai tuoi accenti

onde quali bastò per forma al mondo

ebbi il cor contumace e il piè restio

fu divoto rossore

che nel vedermi ignudo

d’offender le tue luci avea timore

DIO

E chi t’ha fatto accorto

de la tua nudità? Parlami, dì.

E chi perfido chi

dell’innocenza il manto ha in te distrutto?

ADAMO

Della scienza il frutto

Signor, la donna quella

ch’assegnasti compagna al viver mio

m’allettò, me lo porse,

et io credei la donna, sì la donna

che per danno de l’uomo

diè fede a un serpe e s’invaghì d’un pomo.

[EVA]

Quel serpe traditor, serpe fellone

m’appannò la ragione, mi deluse

e tutto al core il suo velen m’infuse.

DIO

Scuoto l’armi e vuo’ vendetta.

 

L’onore piagato,

l’amor calpestato

i folgori affretta.

Serpa, maligno serpe,

precettor de la colpa,

ti maledico e sempre

n’andrai fra l’altre belve.

Tu per sassi e per selve

strascinerai l’infetta coda, il ventre

ti pascerai di terra.

Porrò fra te e la donna eterna guerra

tu col tuo tosco infame

le insidierai le piante

sin ch’un’altra più pura e più vittrice

schiaccerà col bel piè la tua cervice.

E tu, femina indegna,

di credulo marito ingrata moglie,

e primiera cagion del primo errore

crescendo doglie a doglie

figli a figli accoppiando

partorirai fra spasimi e dolore.

Se già insegnasti con dolor profondo

a partorir oggi il peccato al mondo.

Consumerai languendo

meste le notti e i giorni a l’uom sogetta

e fia tua schiavitù la mia vendetta.

 

EVA

Non più sdegni, o Padre pio

no, mio Dio, non più rigor.

Grida morte il fallo mio,

ma pietade il mio dolor.

 

DIO

Tu, Adamo, peccator, fango corrotto,

dal verme de la colpa

che obliando la vita

mertasti la morte,

come indegno di gratie

ti fo privo d’onori.

La da me maledetta ispida terra

sol di triboli e spine

premierà la tua speme, i tuoi sopiri

e di poch’erbe a pena

coglierà il tuo sudor brevi respiri

tra vigilie sudate,

tra fatiche indefesse

mendicherai a le tue fauci il pane

sin ch’al sen de la terra onde t’ho tolto

tu ritorni a cader morto e sepolto.

ADAMO

Deh mio ben, mio nume irato

deh, mio Dio, perdon, pietà.

S’anche il pianto de l’ingrato

ha per te qualche beltà.

DIO

Tanto l’offeso Dio giusto risolve:

polve tu sei, devi ridurti in polve.

Sei di polve e polve ai turbini

di mortal caducità.

E per te cangiando tempre

sarà polve e polve sempre. [Da capo]

ADAMO

Misero Adamo e come,

come in un punto istesso

e vita e regno e libertà perdesti?

Questi, dunque, son questi,

perfida donna i pegni

del tuo amor, di tua fede?

Forsenato colui che a donna crede.

EVA

Cieca talpa al mio bene,

aspe incauta al mio male,

ingannata ingannai, tradita offesi

al mio sposo mi resi

per troppa fede infida.

Folle colei che a un traditor si fida.

ADAMO

Bella o bella innocenza ove n’andasti?

EVA

Cari o cari diletti ove fuggiste?

ADAMO

N’andasti sì, ma teco

portasti, oh Dio, tutto il piacer del core.

EVA

Fuggiste sì, ma meco

per carnefice mio resta il dolore.

ADAMO

Ah, ch’il mio fallo enorme

sento gridar vendetta

e nel mio sen l’alto castigo aspetta.

EVA

Ah, che mia colpa infame

s’arma ognora, mio danno,

e lo stesso delitto e il mio tiranno.

ADAMO

Bella innocenza…

EVA

Cari diletti…

A 2

Addio!

Piangi o sposo/sposa l’error che piango anch’io.

 

 

ANGELO

Piangete, sì piangete

peccatori infelici,

che i comun vostri falli

a più duro destin vi fan vassalli.

Non vuol l’offeso Iddio

che più la vostra colpa

qui dentro alligni ad infettar quest’aure

ch’aure son d’innocenza

sua giusta providenza

non vuole [e] non vuole

che per voi più diventi

questo trono di grazie urna d’errori.

Su partite agl’orrori,

a le doglie, a gl’affanni

itene a logorar la vita e gl’anni,

sempre al caldo ed al gelo, a l’acque, ai venti

e de’ venti e de l’acque

col pianto e coi sorpiri.

Siate essempi al cader, norme ai respiri. [Cavata]

 

Già s’erge alle stelle

del fallo rubelle

l’oscur vapor.

E acceso in cometa

e con luce inquieta

vi guida al dolor. [Da Capo]

 

ADAMO

Bella patria di Dio che pur d’Adamo

esser patria dovevi

lasso come ti perdo

senza essalar io gl’ultimi miei sguardi

e ne l’ultimo addio

su la soglia fatal lo spirto mio.

[Tre violoncelli]

Sì ti perdo e t’abbandono,

cara stanza de la vita

e non so se sia maggiore

o il piacer delle dimore

o il dolor della partita. [Da capo]

EVA

Bella spiaggia d’amor che pure ad Eva

spirar pace dovevi,

come ti perdo, oh Dio,

senza lasciar negli ultimi congedi

e ne l’ultimo passo

la mia parte miglior spenta a’ miei piedi.

[3 flauti, senza continuo!]

Sì ti lascio e m’abbandoni,

cara patria de l’amore

e non so se sia più forte

o il rigor de la mia sorte

o il terror del mio rossore. (Da Capo)

ADAMO E EVA

Piagge beate/Stanze adorate, addio!

Piangi o sposo/sposa l’error che piango anch’io.

SERPENTE

Allegrezza, allegrezza, ho vinto, ho vinto.

Fra timpani e trombe

ogn’antro rimbombe

del torbido averno

e meco l’inferno

di giubilo avvampi.

D’abisso agl’inciampi

col morso d’un pomo

caduto è già l’uomo

piagato et avinto. (Da Capo)

A voi, furie compagne, a voi de l’orco

ombre squallide e nere

trionfator ritorno

e la spoglia più bella

che il mio trionfo onora

è la colpa dell’uom, di Dio lo scorno.

Non più de’ seggi eccelsi

l’antica eredità a noi dovuta

superbo l’uom ad usurpar s’estolle:

già già misero e folle

ne la caduta sua, nel suo peccato

piange ma senza frutto il proprio stato.

Voi mie compagne eterne,

voi mie ministre inferne in seno a Dite,

sì sì, furie, danzate, ombre gioite.

[Trombe]

Ecate orrenda,

lieta sospenda

l’ira e il dolor.

L’Erebo immondo,

l’odio profondo,

scherzi d’amor.

[ADAMO]

Peccai, mio Dio, peccai

ma se il peccato ancora

i tuoi lumi innamora allor che piange

parmi udir più vivace

un’interna speranza

che mostra in lontananza e calma e pace.

Dolce figlia del mio pianto,

cara speme non m’ingannar.

Tu lusinghi la mia fede,

ma quest’alma non ti crede

se non torna a lagrimar.

[Ritornello con tiorba]

EVA

Errai, Signore, errai,

ma se maggiore assai

è la vostra pietà del fallo mio

trovo nel mio dolor certo conforto

che con luce indistinta

m’addita ancor ne le tempeste il porto.

Bella figlia del mio duolo,

cara luce, non mi lasciar.

Tu diletti la mia speme,

ma quest’alma ancora geme

se non torna a scintillar.

ANGELO

Tanto piange[s]te al fin che a vostri pianti

l’Olimpo si placò: dolce perdono

vita stentata sì, ma più serena

a voi promette Iddio

sin che sciolto dell’alme il fragil velo

vi fia premio il tonante e stanza il cielo.

Son lagrime e pianti

dolcissimi incanti

che legan l’amor.

 

CHORO D’ANGELI

Son lagrime e pianti

dolcissimi incanti

che legan l’amor.

 

ANGELO

Un solo sospiro

che voli a l’Empiro

disarma il rigor.

CHORO D’ANGELI

IDEM

ADAMO E EVA

Non sempre le stelle

minaccian procelle

se piange l’error.

CHORO D’ANGELI

Son lagrime e pianti ecc.

ADAMO E EVA

Se scuoton le face

in arco di pace

la rende l’amor.

CORO

Un solo sospiro

[L’ultima pagina del manoscritto musicale non presenta il testo]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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