La fonte dell’oratorio Il Paradiso perduto (c. 1597) di Luigi Manza è un manoscritto conservato alla Bibliothèque Municipale di Lione.
Luigi Manza (spesso citato come Mancia, Mansa o con molte altre varianti) nacque a Brescia nel 1657 e fu battezzato nella parrocchia di S. Alessandro. Suo padre Domenico era un benestante esattore del dazio. Nulla sappiamo della formazione musicale, ma probabilmente avvenne nella città natale da cui provenivano altri distinti compositori dell’epoca quali Carlo Francesco Pollarolo, Benedetto Vinaccesi, nonché i fratelli Giulio e Luigi Taglietti. Sembra che Ernesto Augusto di Hannover sia stato il suo primo mecenate. Dopo una prima esperienza in Germania, Manza nel 1693 risulta attivo alla corte di Mantova come virtuoso di tiorba, già distintosi «in varie parti d’Italia e fuori d’essa». Inizia a questo punto un periodo di incessante mobilità: il musicista è inviato a Roma dal duca di Parma. Sostenuto anche dal duca di Modena, si afferma come operista e autore di oratori. Dopo un nuovo soggiorno a Hannover e Berlino, a Napoli, nel 1699, va in scena con la sua musica il fortunato dramma Partenope di Silvio Stampiglia. Nel 1700 fa ritorno a Brescia ottenendo l’incarico di organista del duomo, ma solo dopo pochi mesi dà le dimissioni per trasferirsi a Düsseldorf e diventare “consigliere di camera” dell’elettore palatino Giovanni Guglielmo II Wittelsbach, dedicatario dei Concerti grossi di Corelli. Nel 1708 si rappresenta a Venezia la sua ambiziosa opera Alessandro in Susa. Torna quindi stabilmente a Brescia, dove si spegne il 5 marzo 1719.
Le voci di dizionario attualmente disponibili non tengono conto delle più recenti ricerche biografiche (cfr. Marco Bizzarini, La riscoperta del bresciano Luigi Manza, un genio dimenticato del Seicento, “Giornale di Brescia”, 14 marzo 2022, p. 24) che documentano con certezza l’origine bresciana del compositore, nonché gli anni di nascita e di morte.
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L’oratorio Il Paradiso perduto (c. 1597) di Luigi Manza, il cui manoscritto è conservato alla Bibliothèque Municipale di Lione, è stato eseguito per la prima volta nell’Auditorium-Orchestre national de Lyon nel marzo 2022 dall’ensemble Le Concert de l’Hostel-Dieu diretto da Franck-Emmanuel Comte (consulenza musicologica di Marco Bizzarini)
Testo della composizione
Scena prima
DIO
Questa, Adamo, che vedi,
parte già del tuo corpo, or mia fattura
per compagna t’assegno,
ambo un sol core, ambo una carne sola
con bel cambio d’amore unisca e regga
e le voglie de l’un l’altro possegga.
Amatevi e vivete
ad immagine mia se v’ho creati
anche un giorno sarete
comme immagini mie meco beati,
infallibili eredi vi dichiaro di quelle
che turbe a me rubelle
nel cielo abandonar fulgide sedi,
del fallo altrui godete,
amatevi e vivete e infra i diletti
si riempa l’empiro a vostri affetti.
[A DUE]
EVA
Caro Adamo
ADAMO
Eva gradita
ADAMO
Nel tuo cor viva il mio cor
EVA
Nel mio cor viva il tuo cor.
A DUE
E a l’autor di nostra vita
si consacri il nostro amor.
(Da Capo Nel tuo cor)
Scena seconda. Gli stessi.
DIO
Queste piaggie odorose
queste riviere intat[t]e,
questi fiumi di latte
queste siepi di rose,
questa parte del mondo unica e bella
che paradiso di piacer s’a[p]pella,
tutti infin questi chiostri
sono vostre delizie, alberghi vostri,
quanto gl’occhi invaghisce, invoglia il labro,
quanto i sensi diletta,
quanto la mente alletta,
per voi disposi e me ne feci il fabro.
Non quizza [recte: guizza] pesce in onda,
non corre belva in terra,
non vola in aria augello,
non v’è fera nel bosco, angue nel prato
che de vostri piaceri
pronto non viva a riverir gl’imperi.
Solo i frutti di quella
in mezzo al Paradiso arbor fatale
che chiude il bene, il male,
pena la notte, al vostro gusto io vieto.
Liberi intanto siete
e liberi apprendete
che d’un Dio creator questo è decreto.
Vel comando
ma col comando
non vi tolgo
la libertà.
E la morte che v’assegno
per castigo del fallire
non è già del mio desire
ma ben libero dissegno
della vostra volontà.
Scena terza
ADAMO
Belle, sì belle sono
ovunque giro il guardo
de la terra e del ciel l’opre divine,
ma se il ciglio raf[f]reno e in te riguardo,
non v’è sol, non v’è stella
che presso ai lampi tuoi non sia men bella.
EVA
Dovunque il piè s’aggiri,
in te sol fermo i lumi e te sol bramo,
e fra questi raggiri
non miro un fior che non contempli Adamo.
[CONCERTO STRUMENTALE]
ADAMO
Me non meno del guardo,
odi come natura
con armonico invito
si chiama ancora a ricrear l’udito,
con che grato concento
fatto a nostri piacer musico il vento.
Zeffiretto tra le frondi
lascivetto errando va.
E col dolce mormorio
va narrando al senso mio
il poter della beltà.
EVA
Sì, que’ caldi respiri,
que’ sonori sospiri
sembran ridire a noi
con favelli d’amor dolci e secrete:
“Amatevi, amatevi e vivete”.
[CONCERTO PIZZICATO]
EVA
Ma senti ancor dintorno
tesser l’acque in cader dolci armonie
come par che risponda
a nostri affetti innamorata ogn’onda.
Chiare fonti che sciolte cadete
e cadendo cantate d’amor
quanti baci ne l’erbe imprimete
tante gioie svegliate al mio cor.
ADAMO
Queste voci sì grate
tutti sono tributi
che con plauso giocundo
porge natura al creator del mondo.
S’ode il canto d’un usignolo.
ADAMO
Ma o Dio qual mi rapisce
EVE
Stelle, qual mi lusinga
A DUE
Nobil idea d’un augellin che canta.
ADAMO
Ascolta, o cara, ascolta.
EVA
Senti, o caro, deh senti
ADAMO
Con che dolce passaggio
EVA
Con che grati contenti.
A DUE
Mentre al sol si rivolta
il fabro adora in adorarne un raggio.
Qui canta di nuovo l’usignuolo
[…]
Nuova scena. Eva e Serpente
EVA
Ma mentre s’allontana il mio consorte amato,
qual incognita scorta
presso al legno vietato, oh Dio, mi porta?
SERPENTE
Donna.
EVA
Questa d’Adamo
non è la voce.
SERPENTE
Donna.
EVA
Chi mi chiama, chi sei?
SERPENTE
Un che misura
coi sospiri e col pianto
come sciagura sua la tua sciagura.
EVA
E qual sciagura mai
di questo cor può funestar la pace
se tra queste delizie
gode apena il voler
che di novo piacer l’alma s’imbeve?
SERPENTE
Piacer ch’a i suoi confini è piacer lieve
EVA
Anzi al nostro pensiere
la balia del gauder sempre è godere.
SERPENTE
Ma v’è gran differenza
dal goder senza freno
al goder con ritegno e poca parte
che si tolga al desire allor che gode
opprime il senso e il piacer corrode.
Non ha l’alma piacere perfetto
quando intero l’impero non ha.
Sente l’ira del vano diletto,
sente il pianto di sua libertà. [Da Capo]
Nuova scena. Detti
EVA
Or da me che pretendi?
SERPENTE
Odimi ancor, mirasti
di questa gentil pianta
le fruttifere pompe.
EVA
Sì.
SERPENTE
Né tue voglie alletta
frutto a l’occhio sì bel, sì dolce al labro?
EVA
No.
SERPENTE
Oh, se sapessi…
EVA
E che?
SERPENTE
Quale occulta virtù dentro vi regna
so ben, so che veloce
stenderesti la mano
e con la man le brame.
EVA
Il divino divieto è un gran legame,
ma qual virtude accoglie?
SERPENTE
In quel dolce sapor sta la tua sorte.
EVA
Quel pomo lusinghier nutre la morte.
SERPENTE
Dove eterna è la vita
non nasce esca mortale.
EVA
La colpa, e non la terra, il rende tale.
SERPENTE
E vuoi che un uom costrutto
da Dio con tanta cura atterri un frutto?
EVA
Il diletto è un gran tarlo.
SERPENTE
E vuoi che tante
maraviglie eterne e tanti cieli
sien creati, sien fatti
per un breve momento?
EVA
Tanto impose il Signor, tanto pavento.
SERPENTE
Pazza se tanto credi. No, che frutto sì degno
velen non chiude ad infestar la vita,
ma sol virtù d’illuminar l’ingegno,
virtù ch’emulatrice al divin raggio
e del bene, del mal l’ombre rischiara,
onde l’huom sel volesse e tu se il vuoi,
col gustar sì bel frutto
farti simile a Dio tosto ben puoi,
e Dio che ben lo sa
e che nel suo saper non vuol rivali,
con terribile inganno
di vostra libertà fassi tiranno.
Che vi giova errar beati,
farai diletti più perfetti
nel giardin della beltà.
Se fra l’ombre poi dannati
d’ignoranza oscura e bieca
per voi sempre sarà cieca
la sì bella humanità.
Nuova scena. Detti
Prendi, risolvi e sappi
ch’il disprezzar chi toglie al precipizio
con consiglio oppurtuno è sempre un vizio.
EVA
Ahi che s’aggiaccia il core.
SERPENTE
E’ la parte più vile
che vicino, cred’io, sente il suo fine.
EVA
Ahi che suda la fronte
SERPENTE
Sol col sommo sudore
somma felicità bella si merta.
EVA
Già risolvo…
SERPENTE
Ma che?
EVA
Di seguir la tua fé.
SERPENTE
La tua grandezza.
EVA
Il desio di saper anche è fortezza.
Volate, o contenti,
volatemi in sen.
Il cor che v’adora
divora i momenti
e scherza brillando,
pensando al suo ben. (Da Capo)
Nuova scena. Adamo ed Eva
ADAMO
Misero, che rimiro!
Col devietato pomo
che fai, sposa, che tenti?
EVA
Sollevar con la mia la tua fortuna
a grandezze eminenti.
ADAMO
E così poco apprezzi
le minacce d’un dio? Né ti trattiene
la sentenza fatal?
EVA
Non è degno di mal che segue il bene.
ADAMO
E qual ben ti lusinga?
EVA
In questo pomo
regna virtù da illuminar la mente
e farci col saper simili a Dio.
Prendilo, o caro, e meco
del nostro amore in pegno
sì sì meco l’assaggia: il sommo autore
non è cagion d’errore.
La tua mente rischiara, il vel disgombra,
e sia l’ombra del bene ombra de l’ombra.
ADAMO
No no, non fia mai vero
che la natura e ‘l cielo
chiami Adamo rubello, Adamo ingrato
no che levar non voglio
per lusinghier desio
la gloria a me, l’ubbidienza a Dio.
Deh tu ancora, o mia bella,
ad ubbidir t’avezza.
EVA
Il desio di saper anche è fortezza.
ADAMO
Sol ha nome di forte
chi supera se stesso e i proprii affetti.
EVA
Così dunque tu m’ami?
ADAMO
Così fellon mi brami?
EVA
Sconsolata, piangente
farò da te partita.
ADAMO
Ah non fuggir, mia vita,
ché se parte o se resta il tuo bel ciglio
egualmente vicino,
egualmente vicino è il mio periglio.
ADAMO, EVA, SERPENTE a 3
ADAMO
Risolvo, pavento
li sdegni del nume
offeso al core
l’errore
già fulmina il brando
EVA
T’inganni perché
codardo non è.
SERPENTE
Ma quando, bugiardo?
EVA
Adamo, traditore!
No, crudel, non desiri
che le lagrime mie, che i miei sospiri,
ma s’almen ponno, oh Dio,
l’ostinato tuo cor render men duro,
ecco a’ tuoi piedi, ingrato,
gli spargo a’ nembi e le distillo a’ fiumi.
ADAMO
Tergi, o cara, i bei lumi
ch’è tutto mio quel pianto.
EVA
E tuo per crudeltà, ma mio per vanto.
ADAMO
T’adorerò costante,
t’ubbidirò fedele,
ch’han degl’occhi e del crine
lo strale lusinghier, l’auree ritorte
troppa virtù per mascherar la morte.
EVA
Oh soavi sospiri,
oh lagrime beate,
oh caro duol che tanto
per farti un nume ha faticato e pianto.
ADAMO
Porgi o bella, porgi il dono,
troppo grandi e forti sono
le mie piaghe, i miei legami.
EVA
Prendi o caro, prendi, amato,
sei crudele, sei ingrato
se più tardi e se non m’ami.
ADAMO
Sì, v’accetto, vi stringo, vi baccio,
cari pegni del dolce mio amor.
Il comando d’un solo tuo guardo
che m’è legge, m’è nume, m’è dardo
rende bella la colpa e l’error. (Da Capo)
INTERLUDIO DI trombe con sordina
MORTE
Aborto del peccato
e del peccato ancor stipendio e pena,
qui nacqui ignuda e qui trionfo armata,
sitibonda di sangue,
portatrice del lutto,
m’è patria l’universo e cibo il tutto.
Sol saprà da miei toschi
cavar balsami il saggio
se incontrando il suo fine e forte e pio
manderà l’alma a riposarsi in Dio.
Benché lacera e spolpata
spiro ancor pace e terror.
Benché livida e rubella
sarò sempre al giusto bella
ma difforme al peccator.
Al rotar di mia falce
cadran gl’infimi e i grandi
e sotto a’ miei comandi
pompe, fortune, onori
n’andran tra l’aure ad arricchir gl’orrori.
E voi, femine altere,
prime necessità de l’esser mio,
che sin ne la mia reggia
da le chiome sepolte
correte stolte a mendicar bellezza
e con morti colori
immortalar credete
sui labri [i] vezzi e su le guance i fiori,
cadrete sì cadrete
ch’il seno, il labro, i crini
son per legge fatal di vostra sorte
più che lacci d’amor, trame di morte.
E’ trofeo d’un solo istante
la superba umanità.
Questa vita è fumo errante
che si scioglie in vanità. [Da Capo]
SECONDA PARTE
DIO
Adamo, Adamo, e dove
dove dall’ira mia folle t’ascondi?
S’a me tu non rispondi,
s’a me ti celi ingrato,
ben ti scopre e risponde il tuo peccato.
Adamo, ancor non senti?
ADAMO
Signor, se ai tuoi accenti
onde quali bastò per forma al mondo
ebbi il cor contumace e il piè restio
fu divoto rossore
che nel vedermi ignudo
d’offender le tue luci avea timore
DIO
E chi t’ha fatto accorto
de la tua nudità? Parlami, dì.
E chi perfido chi
dell’innocenza il manto ha in te distrutto?
ADAMO
Della scienza il frutto
Signor, la donna quella
ch’assegnasti compagna al viver mio
m’allettò, me lo porse,
et io credei la donna, sì la donna
che per danno de l’uomo
diè fede a un serpe e s’invaghì d’un pomo.
[EVA]
Quel serpe traditor, serpe fellone
m’appannò la ragione, mi deluse
e tutto al core il suo velen m’infuse.
DIO
Scuoto l’armi e vuo’ vendetta.
L’onore piagato,
l’amor calpestato
i folgori affretta.
Serpa, maligno serpe,
precettor de la colpa,
ti maledico e sempre
n’andrai fra l’altre belve.
Tu per sassi e per selve
strascinerai l’infetta coda, il ventre
ti pascerai di terra.
Porrò fra te e la donna eterna guerra
tu col tuo tosco infame
le insidierai le piante
sin ch’un’altra più pura e più vittrice
schiaccerà col bel piè la tua cervice.
E tu, femina indegna,
di credulo marito ingrata moglie,
e primiera cagion del primo errore
crescendo doglie a doglie
figli a figli accoppiando
partorirai fra spasimi e dolore.
Se già insegnasti con dolor profondo
a partorir oggi il peccato al mondo.
Consumerai languendo
meste le notti e i giorni a l’uom sogetta
e fia tua schiavitù la mia vendetta.
EVA
Non più sdegni, o Padre pio
no, mio Dio, non più rigor.
Grida morte il fallo mio,
ma pietade il mio dolor.
DIO
Tu, Adamo, peccator, fango corrotto,
dal verme de la colpa
che obliando la vita
mertasti la morte,
come indegno di gratie
ti fo privo d’onori.
La da me maledetta ispida terra
sol di triboli e spine
premierà la tua speme, i tuoi sopiri
e di poch’erbe a pena
coglierà il tuo sudor brevi respiri
tra vigilie sudate,
tra fatiche indefesse
mendicherai a le tue fauci il pane
sin ch’al sen de la terra onde t’ho tolto
tu ritorni a cader morto e sepolto.
ADAMO
Deh mio ben, mio nume irato
deh, mio Dio, perdon, pietà.
S’anche il pianto de l’ingrato
ha per te qualche beltà.
DIO
Tanto l’offeso Dio giusto risolve:
polve tu sei, devi ridurti in polve.
Sei di polve e polve ai turbini
di mortal caducità.
E per te cangiando tempre
sarà polve e polve sempre. [Da capo]
ADAMO
Misero Adamo e come,
come in un punto istesso
e vita e regno e libertà perdesti?
Questi, dunque, son questi,
perfida donna i pegni
del tuo amor, di tua fede?
Forsenato colui che a donna crede.
EVA
Cieca talpa al mio bene,
aspe incauta al mio male,
ingannata ingannai, tradita offesi
al mio sposo mi resi
per troppa fede infida.
Folle colei che a un traditor si fida.
ADAMO
Bella o bella innocenza ove n’andasti?
EVA
Cari o cari diletti ove fuggiste?
ADAMO
N’andasti sì, ma teco
portasti, oh Dio, tutto il piacer del core.
EVA
Fuggiste sì, ma meco
per carnefice mio resta il dolore.
ADAMO
Ah, ch’il mio fallo enorme
sento gridar vendetta
e nel mio sen l’alto castigo aspetta.
EVA
Ah, che mia colpa infame
s’arma ognora, mio danno,
e lo stesso delitto e il mio tiranno.
ADAMO
Bella innocenza…
EVA
Cari diletti…
A 2
Addio!
Piangi o sposo/sposa l’error che piango anch’io.
ANGELO
Piangete, sì piangete
peccatori infelici,
che i comun vostri falli
a più duro destin vi fan vassalli.
Non vuol l’offeso Iddio
che più la vostra colpa
qui dentro alligni ad infettar quest’aure
ch’aure son d’innocenza
sua giusta providenza
non vuole [e] non vuole
che per voi più diventi
questo trono di grazie urna d’errori.
Su partite agl’orrori,
a le doglie, a gl’affanni
itene a logorar la vita e gl’anni,
sempre al caldo ed al gelo, a l’acque, ai venti
e de’ venti e de l’acque
col pianto e coi sorpiri.
Siate essempi al cader, norme ai respiri. [Cavata]
Già s’erge alle stelle
del fallo rubelle
l’oscur vapor.
E acceso in cometa
e con luce inquieta
vi guida al dolor. [Da Capo]
ADAMO
Bella patria di Dio che pur d’Adamo
esser patria dovevi
lasso come ti perdo
senza essalar io gl’ultimi miei sguardi
e ne l’ultimo addio
su la soglia fatal lo spirto mio.
[Tre violoncelli]
Sì ti perdo e t’abbandono,
cara stanza de la vita
e non so se sia maggiore
o il piacer delle dimore
o il dolor della partita. [Da capo]
EVA
Bella spiaggia d’amor che pure ad Eva
spirar pace dovevi,
come ti perdo, oh Dio,
senza lasciar negli ultimi congedi
e ne l’ultimo passo
la mia parte miglior spenta a’ miei piedi.
[3 flauti, senza continuo!]
Sì ti lascio e m’abbandoni,
cara patria de l’amore
e non so se sia più forte
o il rigor de la mia sorte
o il terror del mio rossore. (Da Capo)
ADAMO E EVA
Piagge beate/Stanze adorate, addio!
Piangi o sposo/sposa l’error che piango anch’io.
SERPENTE
Allegrezza, allegrezza, ho vinto, ho vinto.
Fra timpani e trombe
ogn’antro rimbombe
del torbido averno
e meco l’inferno
di giubilo avvampi.
D’abisso agl’inciampi
col morso d’un pomo
caduto è già l’uomo
piagato et avinto. (Da Capo)
A voi, furie compagne, a voi de l’orco
ombre squallide e nere
trionfator ritorno
e la spoglia più bella
che il mio trionfo onora
è la colpa dell’uom, di Dio lo scorno.
Non più de’ seggi eccelsi
l’antica eredità a noi dovuta
superbo l’uom ad usurpar s’estolle:
già già misero e folle
ne la caduta sua, nel suo peccato
piange ma senza frutto il proprio stato.
Voi mie compagne eterne,
voi mie ministre inferne in seno a Dite,
sì sì, furie, danzate, ombre gioite.
[Trombe]
Ecate orrenda,
lieta sospenda
l’ira e il dolor.
L’Erebo immondo,
l’odio profondo,
scherzi d’amor.
[ADAMO]
Peccai, mio Dio, peccai
ma se il peccato ancora
i tuoi lumi innamora allor che piange
parmi udir più vivace
un’interna speranza
che mostra in lontananza e calma e pace.
Dolce figlia del mio pianto,
cara speme non m’ingannar.
Tu lusinghi la mia fede,
ma quest’alma non ti crede
se non torna a lagrimar.
[Ritornello con tiorba]
EVA
Errai, Signore, errai,
ma se maggiore assai
è la vostra pietà del fallo mio
trovo nel mio dolor certo conforto
che con luce indistinta
m’addita ancor ne le tempeste il porto.
Bella figlia del mio duolo,
cara luce, non mi lasciar.
Tu diletti la mia speme,
ma quest’alma ancora geme
se non torna a scintillar.
ANGELO
Tanto piange[s]te al fin che a vostri pianti
l’Olimpo si placò: dolce perdono
vita stentata sì, ma più serena
a voi promette Iddio
sin che sciolto dell’alme il fragil velo
vi fia premio il tonante e stanza il cielo.
Son lagrime e pianti
dolcissimi incanti
che legan l’amor.
CHORO D’ANGELI
Son lagrime e pianti
dolcissimi incanti
che legan l’amor.
ANGELO
Un solo sospiro
che voli a l’Empiro
disarma il rigor.
CHORO D’ANGELI
IDEM
ADAMO E EVA
Non sempre le stelle
minaccian procelle
se piange l’error.
CHORO D’ANGELI
Son lagrime e pianti ecc.
ADAMO E EVA
Se scuoton le face
in arco di pace
la rende l’amor.
CORO
Un solo sospiro
[L’ultima pagina del manoscritto musicale non presenta il testo]
